No alla giustizia a pagamento

Pubblicato: 31 Luglio 2018

Il professor Cottarelli in un'intervista al quotidiano Libertà di qualche giorno fa ha sostenuto che la crisi della giustizia ed in particolare il problema della lentezza dei processi si risolve alzando le tasse di ricorso. In questo modo, a suo dire, verrebbero eliminate le cause c.d. bagatellari e resterebbero sul campo solo le questioni di una certa rilevanza economica, alla cui risoluzione si potrebbero più proficuamente dedicare i giudici e gli avvocati.

Un discorso di apparente buonsenso, ma che ha delle controindicazioni importanti, sia dal lato dei principi fondamentali del nostro Stato di diritto, sia da quello delle conseguenze pratiche. Volendo partire da queste ultime,ci si dovrebbe chiedere cosa ne sarebbe di tutte quelle situazioni in cui chi ha subito un torto e visto violato un suo diritto o un suo bene (una somma non pagata, una multa non corretta, l'offesa subita, ecc.) si veda costretto a rinunciare alla possibilità di esser tutelato dallo Stato per l'eccessivo costo di questa tassazione e complessivamente del ricorso alla giustizia.

Per prima cosa verrebbe ulteriormente abbassato il livello di fiducia e rispetto per le istituzioni: se lo Stato e le sue leggi non mi tutelano, perché dovrei rispettarle io?

Poi certamente crescerebbe la tendenza a farsi giustizia da sé e quindi a rispondere all'offesa con un'altra offesa maggiore. Litigiosità e violenza spicciola, che già purtroppo sono la regola, specie nelle grandi realtà urbane, crescerebbero ulteriormente. Pure aumenterebbe la capacità di attrazione di organizzazioni occulte e parallele allo Stato che possono offrire una speranza di protezione e rivincita rispetto ai torti subiti.

Venendo ai principi è di tutta evidenza che una giustizia a pagamento, che funziona solo per chi se lo può permettere, non è una vera giustizia. Il diritto di difesa e quello ad un giusto processo, tutelati non solo dalla nostra Costituzione, ma da vari trattati internazionali non possono tollerare di funzionare solo a partire da una certa soglia di capacità contributiva. Certo la giustizia è un servizio e al relativo costo può essere chiamato a partecipare anche chi questo servizio lo richiede, ma solo in una misura equa e non discriminatoria.

La tassa sulla giustizia non può essere usata in modo distorto come strumento per ridurre artificialmente la relativa domanda: al contrario l'unica via è quella dell'efficienza della macchina dei processi. Una migliore organizzazione, alla quale siano chiamati a contribuire tutti gli attori (magistrati, avvocati, personale amministrativo) non potrà che ottimizzare la spesa e consentire di rispondere in modo più efficiente alla domanda di giustizia, senza soffocarla.

Umberto Fantigrossi

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