Le proprietà collettive nel pensiero e nell’azione di Cesare Trebeschi

Pubblicato: 26 Dicembre 2021 - Autore: Umberto Fantigrossi

Non è certo un caso che l’Archivio Scialoja-Bolla, storica collana di studi sulla proprietà collettiva, edita nell’ambito delle attività scientifiche dell’Università degli studi di Trento, annoverasse Cesare Trebeschi come componente del proprio comitato scientifico, unico avvocato tra una decina di docenti universitari.

Cosa avesse in comune il nostro Cesare con la migliore Accademia lo si comprende subito, con un colpo d’occhio, scorrendo l’imponente corredo di citazioni bibliografiche che accompagna tutti i suoi articoli e saggi sui temi delle proprietà collettive, delle comunioni famigliare montane, cioè di quel diverso modo di possedere che ha caratterizzato le terre agricole, boschi e foreste di buona parte del nostro paese ed è giunto ai nostri giorni in gran parte immutato e, come si vedrà, anche in grado di rappresentare ancora un modello attuale di fronte alla crisi ambientale che stiamo attraversando. Né si deve pensare che in queste note si desse conto solo della frequentazione di dottrina giuridica o dei repertori di giurisprudenza. Il nostro Cesare citava con altrettanta competenza le Sacre scritture, i fondamentali testi della letteratura italiana e della storiografia medioevale e successiva, locale e nazionale, ma anche autori francesi come Pascal e Albert Camus o pensatori politici come Gramsci e Adriano Olivetti ed anche urbanisti come Leonardo Benevolo. Altrettanto errato sarebbe ricavare da questa profonda cultura e rara preparazione scientifica una sua propensione per la posizione dello studioso chiuso tra le mura di una biblioteca.

Sempre dalle note dei suoi articoli in questa materia apprendiamo che la sua voglia di conoscere si accompagnava alla passione, tipica del buon avvocato e del buon giurista, di conoscere e dominare il fatto, cioè la vita che scorre mai uniforme ed identica al passato.

L’assenza di fonti scritte quindi non lo fermava né lo spaventava, ma anzi lo persuadeva a ricercare tradizioni orali o testimoni oculari: come i vari segretari comunali e parroci interpellati per riferire
in modo analitico e puntuale della presenza in molte valli alpine di “favole, gaggi, regole e vicinie”, come recita il titolo del suo articolo apparso nel secondo volume dell’opera Comunioni famigliari montane, curato insieme a Emilio Romagnoli, Alberto Germanò e al figlio Andrea. Un’analoga puntuale indagine, di paese e in paese, il nostro la condusse in Valle Camonica alla ricerca di testimonianze sull’istituto dello jus plantandi, che riconosce “consolidato, incontestato, generale”, accogliendone la definizione come una delle forme più antiche di miglioramento delle terre incolte e modo legittimo di acquisto della proprietà privata individuale, sia pure dei soli alberi distintamente dal suolo.

Della migliore tradizione forense Cesare Trebeschi aveva poi il tratto della forte passione per il “prendere parte” alle buone cause. Si occupava quindi delle proprietà collettive e degli usi civici non per soddisfare il piacere dell’erudito ma passivo testimone, ma per affiancare attivamente e coerentemente, nelle aule giudiziarie e anche nei pubblici dibattiti, la plurisecolare battaglia delle comunità locali contro tutte le ricorrenti pretese dei legislatori nazionali e delle autorità centrali e centralistiche di procedere alla loro liquidazione ed assimilazione al modello generale e prevalente della proprietà privata. Una battaglia nella quale l’operare in difesa delle tradizionali forme di assetto collettivo della gestione fondiaria era certamente conseguenza della concezione cattolica della funzione sociale della proprietà e del forte legame, da lui fortemente avvertito, che il lavoro crea tra l’uomo e la terra.

Del resto il tratto caratteristico di queste forme di appartenenza fondiaria collettiva è rappresentato dall’appartenenza originaria dei beni non in capo a persone singole ma ad una comunità e si traduce in un regime dei beni sottratto alla disponibilità dei singoli e destinato alla trasmissione alle generazioni future.
Dopo l’avvento della Costituzione il furore liquidatorio del legislatore rispetto a questi istituti si è andato, come è noto, via via attenuando, anche grazie al manipolo di cultori di cui Trebeschi faceva parte a pieno titolo, fino ad arrivare con la legge sulla montagna del 1971 a confermane la disciplina quale risultante dai rispettivi statuti e consuetudini. Il loro rilievo collettivo ed ambientale ha poi trovato riconoscimento con il Decreto Galasso del 1985 che ha sottoposto a tutela paesaggistica le aree assegnate alle università agrarie e zone gravate da usi civici, espressione imprecisa ma che è stata interpretata come comprensiva anche delle comunioni famigliari di cui alle leggi sulla montagna. Segnalo che tale tutela ambientale è stata confermata sulle terre oggetto d’uso civico anche in caso di cancellazione dell’uso civico stesso (art. 3 della Legge n. 168 del 2017).

Di un possibile ritorno di interesse e di significato per questi antichi istituti il nostro è stato prontamente consapevole e così nel chiudere nel novembre del 2013 un suo intervento all’Università di Trento, lo stesso in cui aveva riferito delle sue ricerche sul diritto di piantare alberi e sul rapporto di comunione fra lavoro e terra, si dichiara consapevole che gli effetti della globalizzazione (e il relativo mito e miraggio) non potessero non investire anche l’economia agraria, spersonalizzando il lavoro, scardinando o rinnovando dalle fondamenta istituti tradizionali e che gli ordinamenti non possono pretendere di ingabbiare il divenire. Nello stesso tempo avverte – con parole profetiche – che “proprio in agricoltura le calamità naturali hanno spesso rivelato e fatto riemergere un’antica, rinnovata solidarietà, progressivamente più incisiva, secondo il rapporto con la terra investita”. Allora si domanda: “forse non è pura utopia quella di Orazio” (molte parole che erano cadute in disuso torneranno in vita), “forse quando trema, o quando si disarmonizza la sua comunione con l’acqua, la terra sembra pretendere un soprassalto di comunione con gli uomini che lavorando la vivono”.
Un pensiero quanto mai attuale ed una prospettiva che peraltro il nostro aveva ben chiara già dal 1974, anno di un intervento in cui afferma che “scienziati, urbanisti e giuristi concordano sulla necessità di superare interventi puramente settoriali per riscoprire e difendere nel suo insieme l’equilibrio della natura: sulla necessità cioè di riconsiderare tutta la politica della montagna – e non soltanto quella – alla luce di ritrovati valori ecologici”.

Venendo alle conclusioni e per applicare un detto della Val Trompia caro a Cesare Trebeschi, secondo il quale
occorre che non trascorra una giornata senza che si sia portato a casa un soldino, ci si deve chiedere se,oggi, di fronte all’immane sfida della transizione ecologica e del cambiamento climatico, possa venire in
aiuto un più ampio ricorso al principio di sussidiarietà e, in quest’ambito, ad un modello intermedio e pienamente collaborativo tra pubblico e privato nel governo del territorio e nella gestione dei beni ambientali.
Vi è ampia condivisione tra i cultori di questa materia sulla risposta positiva a tale questione. In primo luogo le proprietà collettive vengono presentate come un modello per i due principali pilastri delle politiche globali contro il cambiamento climatico: la mitigazione e l’adattamento. Le strategie più recenti di adattamento guardano alla comunità come attore fondamentale in grado di indicare soluzioni per la
corretta gestione delle risorse naturali, il monitoraggio del territorio, l’assunzione delle scelte e la generalizzazione dei comportamenti maggiormente virtuosi nella direzione della sostenibilità.
Temi ed istituti che si pensavano tramontati ritornano di grande attualità, proprio come aveva ben compreso il nostro.
Si consideri che nell’agenda delle Nazioni Unite per il 2030 uno dei c.d. target (il n. 15/b) è quello di “mobilitare risorse significative da tutte le fonti e a
tutti i livelli per finanziare la gestione sostenibile delle risorse”. Nella stessa direzione nella dichiarazione finale del vertice del G20 di Roma di quest’anno, da poco concluso, i paesi firmatari hanno condiviso l’impegno ambizioso di piantare collettivamente 1000 miliardi di alberi entro il 2030,“anche attraverso progetti per il clima, con il coinvolgimento del settore privato e della società civile”.
Anche l’accordo alla Cop26 di Glagow prevede il contrasto alla deforestazione con investimenti per quasi 20 miliardi di dollari, sempre entro il 2030, riconoscendo la funzione insostituibile di boschi e foreste nella lotta al cambiamento climatico. Ancora di pochi giorni fa l’approvazione da parte dei ministri di 27 paesi della UE della strategia forestale unitaria, uno dei pilastri del più ampio Green Deal europeo che dovrà consentire di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra di almeno in 55% entro il sempre fatidico 2030 e di conseguire la neutralità climatica nella UE nel 2050.

L’Italia si è già avviata su questa strada e nel proprio Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR) la “missione n. 2” è dedicata alla “rivoluzione verde e transizione ecologica” e nella “Componente 1” che comprende otto investimenti è ricompreso quello (pari a 135 milioni di euro da impiegare entro il 31 dicembre 2026) relativo alle “Green Communities” che così vengono definite:”comunità locali coordinate ed associate tra loro che vogliono realizzare insieme piani di sviluppo sostenibili dal punto di vista energetico, ambientale, economico e sociale”.
Una novità che assomiglia molto alle realtà studiate ed amate da Cesare Trebeschi.
Lui ne sarebbe lieto ed entusiasta e noi, che dell’attualità e dell’importanza del suo pensiero siamo consapevoli e riconoscenti, dobbiamo trarne stimolo per partecipare direttamente e personalmente al grande sforzo collettivo che la salvezza della nostra terra richiede.

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